Riflessione · Il buon pastore e il ministero ecclesiale

Il buon pastore e la responsabilità affidata: leggere Giovanni 10,11-16

Riflessione esegetica originale sul buon pastore: il dono della vita di Cristo, il discernimento dei pastori e una comunione che non cancella le differenze.

Composizione originale

Quando ascoltiamo Gesù dire «Io sono il buon pastore» (Gv 10,11), è facile trasformare subito l’immagine in un elogio di chi esercita un ministero. Il Vangelo di Giovanni procede in direzione opposta: prima di parlare dei pastori umani, obbliga ogni autorità ecclesiale a misurarsi con l’unico Pastore che può dire pienamente «io sono». La scena segue la guarigione del cieco nato e il conflitto con alcuni capi incapaci di riconoscere l’opera di Dio (Gv 9). Giovanni 10 non nasce quindi in un paesaggio romantico; è una parola di giudizio sulla guida che esclude e una rivelazione della cura con cui Cristo cerca, conosce e raduna.

Il Pastore bello perché dona sé stesso

L’aggettivo greco kalos, tradotto abitualmente «buono», significa anche bello, nobile, compiuto. La bellezza del Pastore non sta nell’apparenza, ma nel gesto ripetuto nel brano: egli «pone» la propria vita per le pecore. Il verbo tithēmi suggerisce un’offerta libera, non una perdita subita per fatalità. Gesù non difende il gregge tenendosi al sicuro; lo salva entrando nel pericolo e consegnandosi fino alla croce. Più avanti affermerà di avere il potere di deporre la vita e di riprenderla (Gv 10,17-18): il dono appartiene alla libertà pasquale del Figlio.

Questo impedisce di ridurre il ministero cristiano a efficienza, visibilità o capacità organizzativa. Tali qualità possono essere utili, ma non sono ancora il criterio evangelico. Un pastore è riconoscibile quando il bene delle persone affidate viene prima dell’autoconservazione dell’incarico; quando non usa la comunità per costruire la propria immagine; quando sa pagare di persona pur di custodire la verità e la comunione.

Il mercenario e la prova del lupo

Gesù contrappone il pastore al mercenario, misthōtos, colui che lavora per salario e al quale le pecore non appartengono (Gv 10,12-13). Il testo non disprezza il lavoro retribuito. Denuncia piuttosto una relazione puramente funzionale: quando arriva il lupo, chi non ha legato il proprio cuore al gregge fugge. La prova rivela ciò che prima poteva rimanere nascosto. Finché tutto procede senza conflitti, pastore e mercenario possono sembrare uguali; nel momento della ferita, uno rimane e l’altro cerca soltanto di salvare sé stesso.

Anche questa opposizione va accolta con umiltà. Nessun ministro umano coincide senza residui con il Buon Pastore. Ogni vescovo, presbitero, genitore, educatore o responsabile porta in sé la possibilità della fedeltà e quella della fuga. Il Vangelo non offre un piedistallo, ma un esame di coscienza: davanti alla debolezza altrui, mi avvicino o mi sottraggo? Quando una decisione costa consenso, cerco il bene reale o proteggo soltanto la mia posizione?

Conoscere e radunare senza cancellare

«Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14) descrive una conoscenza personale modellata sul rapporto tra il Padre e il Figlio. Nella Bibbia conoscere non significa possedere informazioni: implica relazione, fedeltà, appartenenza. Perciò guidare una comunità non può limitarsi a trasmettere disposizioni. Richiede ascolto dei nomi, delle storie, delle ferite e dei doni. La cura pastorale diventa concreta quando nessuno è trattato come una pratica amministrativa o come una cifra.

Gesù parla poi di altre pecore da condurre e promette «un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16). L’unità nasce dalla sua voce, non dall’uniformità imposta. Il testo non dice che ogni differenza debba scomparire; annuncia che persone provenienti da recinti diversi possono appartenere a Cristo. Questa parola è preziosa quando comunità distinte sono chiamate a collaborare: la comunione non esige di dimenticare la propria storia, ma di ascoltare insieme la voce che precede ogni struttura.

Una verifica per la vita

Possiamo concludere con tre domande. Chi mi è affidato sperimenta in me una presenza che rimane anche nelle difficoltà? Le decisioni che prendo fanno crescere la libertà responsabile degli altri oppure la loro dipendenza da me? Nelle differenze cerco una comunione paziente o una uniformità comoda? Chiedere risposte sincere è già un modo di mettersi dietro al Buon Pastore. La Chiesa non appartiene a chi la guida: appartiene a Cristo, che ha dato la vita per tutti e continua a chiamare ciascuno per nome.

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