Un panel promosso dal Consiglio Ecumenico delle Chiese con ACT Alliance, Arigatou e Caritas ha raccolto esperienze da Colombia, Repubblica Centrafricana e Libano, insistendo su ascolto delle vittime, fiducia e giustizia.
Dal ruolo occasionale alla partecipazione fin dall’inizio
Le organizzazioni religiose radicate nelle comunità locali non dovrebbero essere invitate ai processi di pace soltanto quando il dialogo è già in crisi. È la tesi emersa il 15 ottobre al Geneva Peace Forum nel panel «What Faith Brings to the Dialogue Table», ospitato dal Consiglio Ecumenico delle Chiese e organizzato insieme ad ACT Alliance, Arigatou International e Caritas Internationalis. Il resoconto ufficiale è stato pubblicato il giorno successivo.
Peter Prove, direttore della Commissione del Consiglio per gli affari internazionali, ha collegato la credibilità degli attori religiosi alla loro presenza quotidiana nei territori. L’affermazione non attribuisce automaticamente autorità a ogni leader di fede: segnala piuttosto che relazioni costruite nel tempo possono offrire conoscenze e fiducia difficili da improvvisare. La rappresentante della Fondazione Adyan in Libano, Rayane Baydoun, ha chiesto che questi soggetti siano partner fin dall’avvio dei processi e non semplici ospiti simbolici.
Non parlare al posto delle vittime
Monsignor Héctor Fabio Henao Gaviria, delegato della Conferenza episcopale colombiana per i rapporti fra Chiesa e Stato, ha indicato un criterio decisivo: il costruttore di pace efficace non sostituisce la propria voce a quella delle vittime, ma crea lo spazio perché possano parlare. Ha descritto la fiducia come una forma di capitale e ha ricordato che la forza, da sola, non produce una pace duratura. Jenny Neme Neiva, inviata speciale del Consiglio Ecumenico per il dialogo politico in Colombia, ha difeso le «conversazioni improbabili» tra persone che normalmente non si incontrerebbero.
La discussione ha così distinto mediazione e protagonismo. La presenza ecclesiale può aprire porte, accompagnare comunità e custodire la memoria del dolore, ma perde credibilità se usa la sofferenza altrui per rafforzare il proprio ruolo. L’esperienza colombiana presentata dai relatori riguarda contesti specifici e non costituisce un modello trasferibile senza adattamenti; offre però un principio verificabile: nessun tavolo è credibile se chi ha subito la violenza resta soltanto oggetto del discorso.
Quando un conflitto viene falsamente presentato come religioso
Wendyam Hervé Lankoandé, attivo nella International Geneva Peace Fellowship, ha richiamato la guerra civile iniziata nel 2013 nella Repubblica Centrafricana. A suo giudizio fu descritta come guerra religiosa, benché le sue cause non lo fossero; soggetti interessati alla violenza riuscirono a imporre quella cornice. Il punto è rilevante per l’informazione: il coinvolgimento di comunità cristiane o musulmane non basta a spiegare un conflitto, e usare etichette confessionali può alimentare la polarizzazione che si pretende di descrivere.
Rachel Tavernor di ACT Alliance ha concluso collegando pace e giustizia e indicando pazienza, umiltà e ascolto profondo come requisiti del lavoro. Il panel non ha approvato un trattato né annunciato una nuova mediazione; ha riunito pratiche e criteri per integrare meglio gli attori religiosi nel più ampio ecosistema della pace. Il valore della notizia sta proprio nella concretezza dei limiti riconosciuti: le fedi possono offrire reti, linguaggi morali e vicinanza, ma devono farlo senza appropriarsi delle vittime e senza ridurre crisi politiche complesse a scontri fra religioni.
Fonti e documentazione
Articolo originale della redazione Radio TV Pater. Per verificare i fatti e approfondire, puoi consultare i documenti indicati. I testi delle fonti non vengono ripubblicati integralmente.
- World Council of Churches, resoconto del panel al Geneva Peace Forum, 16 ottobre 2026
- Geneva Peace Forum, sito ufficiale dell’edizione 2026
Data dei fatti: 15 ottobre 2026. Pubblicazione redazionale: .
