Annullato il procedimento contro tredici persone per manifesti che definivano il verdetto del 2019 una negazione della giustizia. Criticare una decisione giudiziaria non basta a integrare odio religioso o promozione dell’inimicizia.
Annullato il procedimento del 2019
L’Alta Corte del Karnataka ha annullato il procedimento penale contro tredici persone accusate di avere affisso a Mangaluru manifesti critici verso la sentenza della Corte Suprema sul contenzioso di Ayodhya. L’ordine del giudice H. P. Sandesh è datato 15 ottobre ed è stato reso noto dalla stampa giuridica indiana nei giorni successivi.
I manifesti descrivevano il verdetto come una negazione della giustizia e invitavano a far sentire la propria voce. La polizia aveva contestato, tra l’altro, le sezioni 153A e 295A del codice penale indiano, relative alla promozione dell’inimicizia tra gruppi e agli atti deliberati e malevoli diretti a oltraggiare sentimenti religiosi, oltre alla cospirazione e alla normativa locale sulle affissioni.
Il dissenso non coincide con l’odio religioso
La Corte ha ritenuto che le frasi esprimessero insoddisfazione verso una decisione giudiziaria senza contenere gli elementi necessari per i reati contestati. Secondo l’ordine, il dissenso rientra nella tutela degli articoli 19 e 21 della Costituzione indiana quando non mira a creare disarmonia. La possibilità che poche persone sviluppino ostilità non basta: occorre valutare l’impatto complessivo su un numero significativo di persone ragionevoli.
La decisione non approva il contenuto politico o religioso dei manifesti e non riapre il processo sulla proprietà di Ayodhya. Definisce invece il limite entro cui la critica a un verdetto può essere espressa senza essere automaticamente trasformata in un’accusa di incitamento o oltraggio religioso.
Il contesto sensibile di Ayodhya
Nel 2019 la Corte Suprema assegnò il terreno conteso di Ayodhya a un trust per la costruzione del tempio di Ram e dispose che alla comunità musulmana fossero concessi cinque acri in un luogo adatto per una moschea. La controversia ruotava attorno al sito della Babri Masjid, demolita nel 1992, ed è una delle questioni religiose e politiche più sensibili dell’India contemporanea.
Proprio questa sensibilità rende importante separare la critica pacifica dall’incitamento. Applicare in modo eccessivo norme nate per prevenire violenza e odio può comprimere il dibattito pubblico; ignorare espressioni realmente dirette contro gruppi religiosi può invece mettere in pericolo le minoranze. La Corte ha risolto questo caso sulla base delle parole effettivamente contestate.
Una decisione processuale con valore civile
Il procedimento era nato da una denuncia d’ufficio della polizia di Mangalore South nel novembre 2019. Gli imputati avevano chiesto l’annullamento sostenendo che la denuncia non descriveva gli elementi essenziali dei reati. Lo Stato aveva replicato che i manifesti, esposti subito dopo il verdetto, potevano creare disarmonia.
L’Alta Corte ha accolto la richiesta e chiuso l’intero fascicolo. La portata della decisione riguarda quindi la libertà di espressione nell’incontro fra religione, giustizia e ordine pubblico. Non attribuisce innocenza o colpa collettiva a induisti, musulmani, organizzazioni politiche o istituzioni statali, identità che devono rimanere distinte nella cronaca.
Fonti e documentazione
Articolo originale della redazione Radio TV Pater. Per verificare i fatti e approfondire, puoi consultare i documenti indicati. I testi delle fonti non vengono ripubblicati integralmente.
Data dei fatti: 15 ottobre 2026. Pubblicazione redazionale: .
