Deuteronomio 10,12-19 colloca l’amore per lo straniero dentro il rinnovamento dell’alleanza. Israele ha conosciuto il peccato del vitello d’oro, l’intercessione di Mosè e il dono rinnovato delle tavole. La domanda «che cosa ti chiede il Signore?» non introduce una spiritualità astratta. Chiede timore di Dio, cammino nelle sue vie, amore e servizio con tutto il cuore. Subito dopo, questa fedeltà prende la forma della giustizia verso chi è vulnerabile.
Il Dio grande non è parziale
Il testo confessa la grandezza di Dio e, nello stesso respiro, afferma che egli non usa favoritismi e non accetta doni corruttivi. La trascendenza divina non allontana Dio dai piccoli; fonda la sua imparzialità. Proprio perché nessun potere lo compra, egli difende l’orfano e la vedova e ama lo straniero, assicurandogli pane e vestito.
Queste tre figure non esauriscono tutte le vulnerabilità, ma rappresentano persone prive delle normali reti di protezione. Lo straniero residente non possiede la stessa sicurezza familiare, territoriale e giuridica degli altri. La legge dell’alleanza chiede che questa precarietà non venga sfruttata.
Dal sentimento al comando
Il verbo amare non indica soltanto simpatia. Nel linguaggio dell’alleanza implica lealtà, azione e responsabilità. Il popolo deve rendere visibile l’amore di Dio attraverso pratiche che permettano allo straniero di vivere. Pane e vestito sono immagini concrete: alimentazione, protezione, possibilità di abitare e di lavorare senza essere umiliati.
Una comunità può dichiararsi accogliente e lasciare le persone sole davanti a documenti incomprensibili, affitti inaccessibili o sfruttamento lavorativo. Il comandamento chiede di verificare le condizioni reali. La carità personale resta indispensabile, ma non sostituisce norme giuste e procedure comprensibili.
La memoria dell’Egitto
La motivazione decisiva è la memoria: Israele è stato straniero in Egitto. Non gli viene chiesto di inventare una compassione senza radici, ma di non dimenticare la propria dipendenza. La memoria biblica non serve a coltivare rancore; impedisce che chi è stato liberato diventi oppressore.
Anche i cristiani possiedono una memoria simile. Sono stati accolti per grazia, incorporati a un popolo che non si sono dati da soli e nutriti a una mensa ricevuta. Questa esperienza non risolve automaticamente ogni scelta politica, ma rende incompatibile il disprezzo. Prima delle categorie amministrative viene la dignità della persona.
Accoglienza e responsabilità pubblica
Il comando di amare lo straniero non cancella il compito dell’autorità. Deuteronomio è un libro attento all’ordine della comunità, ai giudici, alle responsabilità e ai confini dell’agire. La domanda cristiana non è scegliere tra legge e misericordia come se fossero nemiche. È chiedere se la legge persegua davvero il bene comune e se la sua applicazione rimanga proporzionata, imparziale e rispettosa della famiglia.
La sicurezza delle frontiere, la protezione da traffici e violenza, il giusto processo e vie legali praticabili possono appartenere alla stessa ricerca di giustizia. Quando la discussione riduce ogni migrante a minaccia o ogni agente a nemico, perde la complessità morale e ferisce persone reali.
La famiglia e il volto concreto
Le politiche migratorie incidono su case nelle quali genitori e figli possono avere status diversi. Il discernimento non può limitarsi ai numeri. Deve domandare che cosa accade a un bambino quando un genitore viene allontanato, a una persona detenuta senza accesso a consulenza, a un lavoratore che teme di denunciare lo sfruttamento.
Nello stesso tempo, l’ascolto deve comprendere cittadini che vivono insicurezza economica o cambiamenti culturali rapidi. Amare lo straniero non richiede di disprezzare le loro paure. Chiede di non usare quelle paure per negare la dignità altrui e di cercare soluzioni che proteggano insieme persone, famiglie e comunità.
Circoncidere il cuore
Poco prima del comando, il testo invita a circoncidere il cuore, cioè a togliere la durezza che impedisce l’obbedienza. Il problema non è soltanto esterno. Possiamo difendere principi corretti e custodire dentro di noi pregiudizio, indifferenza o desiderio di superiorità.
Una verifica spirituale può partire da domande semplici: parlo dei migranti come persone o come massa anonima? Ascolto esperienze concrete? Sostengo servizi legali affidabili, cappellanie e reti familiari? Prego anche per chi applica le leggi e porta decisioni difficili? Il Dio che ama lo straniero forma un popolo capace di tenere insieme verità e misericordia. La conversione del cuore diventa allora intelligenza civica, prossimità ecclesiale e ricerca paziente di norme più giuste.
