In Giovanni 10,11-16 Gesù si presenta come il buon pastore che dà la propria vita per le pecore. L’immagine è familiare alla Bibbia, ma non è sentimentale. Nei profeti il pastore indica spesso chi esercita una responsabilità sul popolo, mentre Ezechiele 34 denuncia i pastori che nutrono sé stessi e disperdono il gregge. Quando Gesù assume questa figura, non offre soltanto un modello morale ai capi: dichiara che in lui Dio stesso viene a cercare, radunare e custodire il suo popolo.
“Buono” significa anche autentico
L’aggettivo greco kalos può indicare ciò che è buono, bello, nobile e conforme alla propria verità. Gesù non è semplicemente un pastore più gentile di altri. È il pastore autentico, colui nel quale la missione pastorale raggiunge la sua forma piena. La prova di questa autenticità è il dono della vita.
Il verbo usato per “dare” o “deporre” la vita non descrive un incidente subito passivamente. In Giovanni la passione è un atto libero di obbedienza e amore. Gesù non usa il gregge per proteggere sé stesso; espone sé stesso per custodire il gregge. Ogni autorità ecclesiale rimane sotto questo giudizio.
Il mercenario e il pericolo
Il mercenario non è accusato semplicemente perché riceve un compenso. Il contrasto riguarda l’appartenenza e la responsabilità. Poiché le pecore non gli appartengono, davanti al lupo fugge e le lascia disperdere. Il pericolo rivela che il suo interesse non coincide con la vita del gregge.
Il testo non autorizza a sospettare indistintamente di chi esercita un ministero. Offre però un criterio concreto. Il pastore autentico resta vicino quando la situazione diventa costosa, ascolta chi rischia di essere dimenticato e non sacrifica le persone per salvare la propria immagine. Il mercenario, invece, può apparire efficiente finché non deve pagare un prezzo personale.
Conoscere ed essere conosciuti
Gesù dice di conoscere le sue pecore e di essere conosciuto da loro, come il Padre conosce lui ed egli conosce il Padre. Nella Bibbia conoscere non significa possedere informazioni anagrafiche. È una relazione fatta di ascolto, fedeltà e comunione. La cura pastorale non può quindi essere ridotta a gestione di strutture o a comunicazioni rivolte a una folla anonima.
Un vescovo non potrà incontrare personalmente ogni fedele, ma il suo ministero deve creare forme reali di ascolto. Conoscere il gregge significa lasciare che la vita delle parrocchie, delle famiglie, dei poveri, dei giovani e di chi serve in ambienti particolari entri nel discernimento. Essere conosciuti richiede, a sua volta, una presenza leggibile e una parola affidabile.
Le altre pecore
Gesù parla anche di altre pecore che non provengono da questo recinto e che egli deve condurre. L’orizzonte supera la comunità già raccolta. La missione non consiste nel difendere un gruppo chiuso, ma nel seguire l’iniziativa di Cristo che chiama persone ancora lontane. L’unità nasce dall’ascolto della sua voce: un solo gregge e un solo pastore.
Il testo dice “un solo gregge”, non necessariamente un unico recinto. L’unità cristiana non elimina ogni differenza di comunità, territorio o forma pastorale. Le realtà ecclesiali possono avere compiti distinti, come una diocesi territoriale e una cura pastorale rivolta a persone legate a un particolare servizio. La loro comunione non dipende dal confonderle, ma dal mantenerle orientate alla voce di Cristo.
Una verifica per tutti
Giovanni 10 non riguarda soltanto vescovi e sacerdoti. Ogni cristiano esercita qualche responsabilità: in famiglia, nel lavoro, in una comunità o verso una persona fragile. Possiamo domandarci che cosa accade quando arriva il “lupo” della fatica, del conflitto o della perdita di prestigio. Restiamo presenti o cerchiamo subito una via di fuga?
Il buon pastore non ci chiede di diventare onnipotenti. Ci domanda di non abbandonare chi ci è affidato e di riconoscere che il gregge appartiene a lui. Questa consapevolezza libera sia dal dominio sia dall’ansia. Non siamo proprietari delle persone e non siamo il loro salvatore. Possiamo però conoscere, ascoltare, proteggere e offrire qualcosa di noi. Ogni ministero diventa credibile quando lascia trasparire la forma di Cristo, il pastore che non trattiene la vita ma la dona.
