L'Imitazione di Cristo · Libro Terzo
Capitolo 20
La confessione della propria debolezza e le miserie di questa vita
1. IL DISCEPOLO. «Confesserò contro di me la mia iniquità» (Sal. XXXI, 6): a te, Signore, confesserò la mia debolezza. Spesso è una cosa da nulla quella che mi abbatte e mi rattrista. Mi propongo di comportarmi da forte, ma, appena arriva una pur leggera tentazione, ecco che mi si trasforma in grande angoscia. Qualche volta è proprio una cosa da nulla, e ne vien fuori una grave tentazione. Quando poi mi credo un po’ sicuro, senza che me ne accorga, mi ritrovo, a volte, già quasi abbattuto da un alito di vento.
2. Vedi dunque, o Signore, la mia miseria e la mia fragilità, che tu conosci per ogni verso. Abbi pietà di me, e «toglimi dal fango, perché non vi affondi» (Sal. LXVIII, 15) e vi resti disteso per sempre. È questo che spesso mi urta e mi rende confuso davanti a te, l’esser così incline al cadere e tanto debole nel resistere alle passioni. Ed anche se non vi acconsento pienamente, nondimeno quel loro incalzare mi è fastidioso e pesante e mi rincresce tanto di dover vivere così, lottando ogni giorno; e da questo mi risulta evidente la mia debolezza, che tali abominevoli fantasie irrompono sempre dentro di me molto più facilmente di quanto, poi, se ne vadano via.
3. Dio fortissimo d’Israele, difensore delle anime fedeli, vorrei proprio che volgessi il tuo sguardo alla fatica ed alla sofferenza del tuo servo e che lo assistessi in tutto quello che si accinge ad intraprendere. Rendimi forte di celeste fortezza, affinché l’uomo vecchio, miserabile carne non ancora pienamente sottomessa allo spirito, non riesca ad avere il sopravvento; perché è contro di lei che bisognerà lottare, fino all’ultimo respiro, in questa miserabile vita. Ah, che vita è mai questa, dove non mancano tribolazioni e miserie dove tutto è pieno di inganni e di nemici! Difatti, quando una tribolazione od una tentazione se ne va, ne arriva un’altra; e mentre ancora dura la lotta precedente, sono molte altre quelle che si susseguono, del tutto inaspettate.
4. E come si può amare una vita che abbia tante amarezze e che sia soggetta a tante sventure e miserie? Anzi, come si può chiamare vita, quando genera tante morti e tante rovine? Eppure la si ama, e molti vi ricercano la propria gioia. Spesso si rimprovera il mondo di essere vano ed ingannatore, eppure non lo si lascia facilmente, poiché troppo si è dominati dalla concupiscenza della carne. Ma altro è quel che trascina ad amarlo, ed altro a disprezzarlo. Trascinano ad amare il mondo la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita; ma le pene e le miserie che a queste, giustamente, tengono dietro, generano l’odio e la nausea del mondo.
5. Ma, purtroppo, il piacere cattivo avvince la mente tutta dedita al mondo, che stima piacevole sottostare ai sensi, poiché non ha né visto, né gustato la soavità di Dio e la dolcezza interiore della virtù. Quelli, invece, che disprezzano il mondo perfettamente e si sforzano di vivere per Dio sotto una santa disciplina, non ignorano la divina dolcezza, promessa a coloro che sanno veramente rinunciare, e vedono con tanta chiarezza quanto grandemente sbagli il mondo ed in quanti diversi modi resti ingannato.
