L'Imitazione di Cristo · Libro Terzo
Capitolo 50
In che modo l’uomo desolato si deve abbandonare nelle mani di Dio
1. Signore Iddio, Padre santo, sii tu benedetto ora e sempre, perché si è compiuto quel che tu vuoi ed è ben fatto quel che tu fai. In te si rallegri il tuo servo, non in sé o in qualcun altro, perché tu solo sei la vera gioia, tu sei la mia speranza e la mia corona, tu la mia felicità e la mia gloria, o Signore. Che cosa ha il tuo servo, se non quel che da te ha ricevuto, ed anche senza suo merito? Sono tue tutte le cose che ci hai dato e che hai fatto. «Povero sono io, e sfinito fin dalla mia giovinezza» (Sal. LXXXVII, 16), e la mia anima si rattrista, talvolta, fino alle lacrime e, qualche altra, anche si turba al pensiero delle sofferenze che la minacciano.
2. Io desidero la felicità della pace, insistentemente ti chiedo la pace dei tuoi figli, da te mantenuti nella luce della consolazione. Se le concedi la pace e se le infondi una gioia santa, l’anima del tuo servo sarà piena di armonia e dedita a cantare le tue lodi. Ma se tu ti nascondi, come tanto spesso sei solito fare, egli non potrà correre per la via dei tuoi comandamenti, ma le sue ginocchia si piegheranno piuttosto a battergli il petto, perché per lui non è più «come ieri o l’altro ieri», quando la tua lucerna risplendeva sul suo capo ed era protetto sotto l’ombra delle tue ali dagli assalti delle tentazioni.
3. Padre giusto e sempre degno di lode, è venuto il momento di mettere alla prova il tuo servo. Padre amabile, è giusto che in quest’ora il tuo servo sopporti qualcosa per te. Padre sempre adorabile, è arrivato il momento, di cui tu sapevi la venuta fin dall’eternità, che il tuo servo soccomba esteriormente per un po’ di tempo, ed invece viva interiormente sempre accanto a te; che sia un po’ vilipeso, umiliato, e venga meno davanti agli occhi degli uomini, sia affranto dalle passioni e dalle infermità, per risorgere nuovamente con te nell’aurora della nuova luce ed esser glorificato nel cielo. Padre santo, così tu hai ordinato e così tu hai voluto; e si è adempiuto quel che tu hai comandato.
4. È infatti questa la grazia che tu fai a chi ti è caro, di soffrire ed esser tribolato in questo mondo, per amor tuo, ogni qual volta e da chiunque tu permetta che ciò avvenga. Non accade nulla sulla terra senza il tuo volere e la tua provvidenza, né senza una ragione. «Buon per me», o Signore, «che mi hai umiliato, perché imparassi i tuoi decreti» (Sal. CXVIII, 71) e perché allontani dal cuore ogni orgoglio e presunzione. Ed è utile per me che la vergogna abbia ricoperto la mia faccia, perché io cerchi te, per consolarmi, piuttosto che gli uomini. Ho anche imparato, da questo, a temere il tuo imperscrutabile giudizio, poiché tu percuoti il giusto al pari dell’empio, ma non senza equità e giustizia.
5. Ti ringrazio di non avermi risparmiato le sofferenze, ma di avermi fiaccato con aspre percosse, infliggendomi dolori e mandando su di me angustie interne ed esterne. Di tutti gli esseri che vivono sotto il cielo non ce n’è uno che possa consolarmi, se non tu, Signore Dio mio, celeste medico delle anime, che colpisci e risani, «conduci fin nel sepolcro e ne cavi fuori» (Tob., XIII, 2). Il tuo castigo è sopra di me e la stessa tua sferza mi ammaestrerà.
6. Ecco, Padre diletto, io sono nelle tue mani e mi curvo sotto la sferza della tua correzione. Percuoti il mio dorso ed il mio collo, perché io pieghi alla tua volontà le mie distorte inclinazioni. Fa di me un discepolo umile e pio, come eri bene abituato a fare, perché io possa camminare ad ogni tuo cenno. Affido me stesso e tutte le mie cose alla tua correzione; è meglio esser castigati ora, che non in futuro. Tu conosci tutto ed ogni cosa in particolare, e non c’è nulla, nella coscienza umana, che ti resti nascosto. Prima che accadano, conosci già le cose che avverranno; e non c’è bisogno che qualcuno ti informi o ti avverta di quel che si fa sulla terra. Tu sai quel che giova al mio progresso e quanto serva la tribolazione per togliere la ruggine del male. Comportati con me secondo il tuo beneplacito, che io desidero, e non ti dispiaccia la mia vita peccaminosa, che nessuno conosce meglio e più chiaramente di quanto non la conosca tu solo.
7. Concedimi, Signore, di sapere quel ch’è bene sapere, di amare quel che va amato, di lodare quello che a te piace sopra ogni cosa, di aver stima di quello che tu ritieni prezioso e di riprovare ciò ch’è sordido davanti ai tuoi occhi. Non permettere che io giudichi «secondo quel che vedono esternamente i miei occhi» e che non dia il mio parere «secondo quel che arriva alle orecchie» di uomini ignoranti, ma che io sappia distinguere, con giudizio vero, tra le cose che si vedono e quelle dello spirito, ma, soprattutto, sappia sem pre ricercare il beneplacito della tua volontà. I sensi degli uomini s’ingannano spesso nel giudicare, come pure s’ingannano quelli che amano questo mondo, amando solamente le cose che si vedono. L’uomo è forse migliore per il fatto che da un altro venga stimato più di quel che non è? Chi lo esalta in tal modo è un bugiardo che inganna un bugiardo, un vanitoso che inganna un vanitoso, un cieco che inganna un cieco, un debole che inganna un debole, e, per la verità, tanto più lo disonora, quanto più scioccamente lo loda. Difatti «ognuno è soltanto quel che è davanti ai tuoi occhi, e niente di più», come dice l’umile san Francesco.
